Dietro il tech con Raffaele Colace

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A volte, l’innovazione tecnologica nasce da una visione chiara e dalla capacità di trasformare idee in realtà concrete, anche se iniziare da zero può rappresentare una vera e propria sfida. Raffaele Colace, Head of Innovation & Solutions presso 20tab, ci racconta il suo percorso e le sfide affrontate nel costruire un’area dedicata all’innovazione all’interno di un’azienda di consulenza per prodotti digitali.

Qual è stata la sfida tecnologica più significativa che hai affrontato di recente?

La sfida più significativa è stata costruire da zero l’area Innovation & Solutions in 20tab, trasformando un’intuizione strategica in una struttura concreta, con obiettivi chiari e un ruolo ben definito all’interno dell’azienda. All’inizio del 2025 non esisteva un team dedicato né un processo strutturato: ho dovuto creare tutto da zero, persone, obiettivi, metodi, e allo stesso tempo garantire risultati misurabili in un contesto in continua evoluzione tecnologica.

L’obiettivo era duplice: da un lato valorizzare le competenze già presenti in azienda, impacchettando soluzioni esistenti in ambiti come intelligenza artificiale, blockchain e accessibilità; dall’altro avviare attività di ricerca e sviluppo che permettessero a 20tab di mantenersi all’avanguardia nel mercato della consulenza per prodotti digitali.

È stata una sfida complessa, perché ha richiesto equilibrio tra visione strategica e concretezza operativa. Costruire un’area che producesse valore reale fin da subito, ma che allo stesso tempo guardasse costantemente al futuro, alle nuove tecnologie e alle metodologie emergenti. Oggi l’area Innovation & Solutions rappresenta un motore di crescita per l’azienda, capace di connettere innovazione, delivery e posizionamento strategico sul mercato.

Quale tecnologia o strumento ha avuto il maggior impatto nel tuo lavoro quest’anno?

Quest’anno, più che una singola tecnologia, è stato un insieme di strumenti a trasformare il mio modo di lavorare.

L’intelligenza artificiale, in particolare i modelli linguistici di nuova generazione, è diventata una presenza costante nel mio lavoro quotidiano: mi accompagna nei momenti di ricerca, nelle fasi di silent storming e anche nelle attività di analisi e documentazione.

Accanto all’AI, strumenti come n8n, Lovable e Cursor mi hanno permesso di automatizzare molte attività ripetitive, velocizzare processi di sviluppo e prototipazione, e liberare tempo prezioso per concentrarmi sulle attività a maggior valore strategico.

Ma lo strumento che ha avuto l’impatto più profondo è stato il framework degli OKR.

È stato la chiave per trasformare visione e obiettivi in azioni concrete e misurabili.

Mi ha aiutato a declinare la strategia aziendale in obiettivi chiari e realistici, a mantenerne il focus anche in un contesto di risorse limitate, e a misurare in modo oggettivo i progressi dell’area Innovation & Solutions. Gli OKR mi hanno consentito di connettere metodo, priorità e risultati, garantendo coerenza tra ciò che volevo costruire e ciò che effettivamente siamo riusciti a realizzare.

Che consiglio daresti a chi sta iniziando ad adottare questa tecnologia?

Il primo consiglio, per chi vuole iniziare a lavorare con gli OKR, è investire nella formazione. Non basta leggere una guida o applicare un modello preconfezionato: serve comprendere a fondo la logica che sta dietro al framework, perché gli OKR funzionano davvero solo se inseriti in un contesto organizzato e con obiettivi strategici ben chiari.

Sono particolarmente efficaci in realtà strutturate o con team medio-grandi, dove c’è la necessità di allineare la visione aziendale con i risultati misurabili. In contesti più piccoli, o per professionisti singoli, l’OKR può risultare sovradimensionato. In questi casi, strumenti più snelli come il Goal Tree possono offrire un approccio altrettanto valido per definire e monitorare obiettivi e sotto-obiettivi in modo più agile.

Un altro aspetto fondamentale è la chiarezza nella definizione degli obiettivi: devono essere SMART (specifici, misurabili, raggiungibili, realistici e temporizzati) per poterli declinare in Key Results concreti e tracciabili.

Quando invece si parla di intelligenza artificiale e dei nuovi strumenti che la accompagnano, il mio consiglio è di partire con lo stesso approccio: formazione e responsabilità. L’AI è una leva straordinaria, ma resta pur sempre uno strumento. Non ha la verità in tasca e non può sostituire il giudizio critico di chi la utilizza.

Per questo è essenziale che chi ha più esperienza guidi chi ne ha meno, formando le nuove generazioni di professionisti a un uso consapevole e responsabile. Gli strumenti come gli LLM, o come Cursor e Lovable per lo sviluppo, possono accelerare il lavoro, ma solo se si mantiene il controllo sul processo e si comprende ciò che realmente accade dietro i risultati. Studiare, comprendere e usare con consapevolezza è la base per ottenere valore reale, sia dagli OKR che dall’intelligenza artificiale.

Come immagini l’evoluzione futura del tuo settore nei prossimi 3-5 anni?

Nei prossimi 3-5 anni vedo il mio settore in costante evoluzione dal punto di vista tecnologico. Le innovazioni continueranno a susseguirsi a ritmo serrato, soprattutto nell’ambito dell’intelligenza artificiale, dell’automazione e dei tool agentici, e sarà fondamentale riuscire a mantenere il passo, aggiornando continuamente competenze, processi e strumenti.

Tuttavia, credo che il mindset e l’approccio metodologico non cambieranno con la stessa velocità, e questo è un bene. L’essere umano rimane un elemento imprescindibile nel ciclo di sviluppo di qualsiasi prodotto digitale: serve pensiero critico, empatia e capacità di interpretare i bisogni reali degli utenti e dei clienti. La tecnologia può automatizzare compiti ripetitivi o standard, ma non può sostituire la consapevolezza e il giudizio che solo le persone possono portare quando si affrontano problemi complessi o non convenzionali.

L’evoluzione che immagino è un riequilibrio: l’intelligenza artificiale e gli strumenti agentici ci libereranno tempo e spazio mentale, permettendoci di concentrarci di più sugli aspetti strategici, creativi e decisionali.

Le aziende di consulenza, ma non solo, dovranno saper sfruttare questa opportunità per fornire valore aggiunto, sviluppando soluzioni sempre più personalizzate e integrate con le tecnologie emergenti, ma senza perdere il fattore umano che rende ogni prodotto veramente utile e significativo. Il futuro del nostro settore sarà fatto di tecnologia sempre più potente e sarà necessario avere persone sempre più consapevoli del proprio ruolo nel guidarla.

C’è un’esperienza o aneddoto personale dietro a un successo tecnico che vuoi condividere?

Uno dei risultati di cui vado più fiero è l’introduzione del Test Driven Development in azienda. È accaduto diversi anni fa, ma rappresenta tuttora una delle svolte più importanti per il nostro modo di sviluppare software. Provenendo da un background tecnico come programmatore Python, architetto e agilista, ho sempre creduto nel valore delle best practices e nella centralità del codice di qualità.

Portare il TDD in 20tab ha significato introdurre una cultura nuova, in cui il software non è solo funzionante, ma anche ben progettato, essenziale e sostenibile nel tempo.

All’inizio non è stato semplice: la curva di apprendimento era ripida e serviva tempo per cambiare le abitudini del team. Ma con la formazione e la pratica costante, il TDD è diventato parte integrante del nostro modo di lavorare. Ha migliorato la qualità del codice, ridotto gli sprechi e reso i nostri sviluppatori più consapevoli delle scelte che compiono.

Oggi stiamo evolvendo ulteriormente questo approccio attraverso una sperimentazione che chiamo Test Driven Generation: un modello che integra le attuali tecnologie di generazione del codice, ma mantenendo il principio cardine del TDD, il test scritto e pensato dall’essere umano.

L’obiettivo è sfruttare l’automazione senza rinunciare alla consapevolezza progettuale.

Credo che questa sia la vera direzione del futuro sviluppo software: unire disciplina, etica e intelligenza umana con le potenzialità degli strumenti generativi.

C’è uno strumento o una tecnologia che secondo te non ha avuto la risonanza che merita?

Tra le tante tecnologie e pratiche che hanno segnato l’evoluzione del nostro settore, credo che il Test Driven Development non abbia mai ricevuto la risonanza che realmente merita. Mentre molti colleghi potrebbero citare strumenti di intelligenza artificiale, blockchain o altre innovazioni emergenti, io continuo a considerare il TDD una delle pratiche più potenti e sottovalutate che uno sviluppatore possa adottare.

Il TDD non è solo un modo per scrivere test, è un metodo di progettazione consapevole. Aiuta il programmatore a capire perché sta scrivendo una certa funzionalità, a valutarne il valore reale e a progettare il codice nel modo più semplice e manutenibile possibile. È una disciplina che porta chiarezza, qualità e responsabilità nello sviluppo software.

Purtroppo, spesso viene fraintesa. Il termine “test-driven” fa pensare a un costo aggiuntivo, quando invece rappresenta un investimento: scrivere test prima del codice riduce gli errori, evita sprechi e garantisce soluzioni più solide. In Italia, in particolare, questa pratica è ancora poco diffusa, e questo limita la maturità tecnica di molti team.

Oggi, con l’arrivo massiccio dell’intelligenza artificiale nello sviluppo, il TDD è ancora più cruciale: serve come bussola etica e progettuale. Permette di generare codice in modo consapevole, con obiettivi chiari e verificabili, evitando di produrre software “usa e getta”. È una pratica che, se diffusa e applicata correttamente, contribuirebbe a creare sistemi più sicuri, stabili e sostenibili, fondamentali in un mondo sempre più dipendente dal software.

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